Gli In Vino Veritas non sono una band come tutte le altre. Questo lo si può notare anche dal loro monicker, ma non solo. Lo stile che permea nel loro ultimo album DemoDé è fuori dal tempo: emerge, infatti, un sound atipico lontano da ogni riferimento attuale.
Il viaggio intrapreso dagli In Vino Veritas parte con la song “D+”, un titolo che riprende la scrittura moderna, quella informale, fatta di abbreviazioni per concentrare in poche lettere e simboli un concetto molto più ampio. Le sonorità sono grezze, il refrain volge al ritmo anni ’60 e la voce calda crea un’atmosfera conturbante. Il brano si conclude con distorsioni e synth dando così un tocco futuristico. Le note di del piano elettrico si intrecciano con gli accordi di chitarra in “Nu Bossa” entro una dimensione calma e un po’ sospesa. Il ritmo si ravviva,però, nella successiva “fraGole”, in particolare nella seconda parte dove si può sentire un bel riff. In seguito vi è “La Banana Flambé”, una canzone molto rock’n’roll, allegra e quasi buffa per via della voce profonda alla Elvis Presley e degli interventi del kazoo. “MotorSmashingPsychoPumpkins” appare due volte: la prima presenta una parte recitata pregna di significato, che riprende l’attività parallela del gruppo “In Vino Recital”. In sottofondo si può notare chiaramente il didjeridoo, uno strumento delle tribù aborigene che ricrea un’atmosfera primordiale. Quest’ultima si addolcisce in “Settembre” grazie alle note delicate del violino di Foolvio Renzi, presente anche in “perDono”. Tra i due brani, però, vi è “17”: qui le sonorità sono semplici, senza sovrastrutture che fanno da sfondo ad un testo ricco di riflessioni (si parla del senso di non appartenenza, di estraneità..). Nell’album non manca la polifonia e la varietà strumentale; in “Autunno” si possono sentire le note del piano che ricordano le gocce di pioggia che cadono e quelle di una nostalgica tromba. Con i soli fischi di “Per un pugno di €uri” accompagnati dalla chitarra, si entra nel far west moderno, mentre “Universo Deserto” sfoggia un testo profondo fatto di metafore in un sound che rieccheggia un po’ quello dei Doors come anche in “eQuiVoci”, in particolare per il piano. Ciò che dà quel tocco di “esotico” è il didjeridoo che si mescola con gli altri strumenti più tradizionali. La scelta strumentale e anche il buon song-writing fanno di questo gruppo, ancora di nicchia, un ottimo esempio di come si può far musica anche tralasciando un po’ l’ortodossia degli schemi che sempre ci propinano. 78/100
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Edoardo Favrin: Chitarra acustica, voce, cori, fischi e rumori Anno: 2010 |