San Lazzaro (Bo), 13 Aprile 2015 - Paradiso Jazz - Sala Paradiso
Photo courtesy: Daniele Franchi Dopo essersi cimentati nella interpretazione in chiave jazz-trio de “La sagra della primavera” di Igor Stravinsky , l'autunno scorso i Bad Plus hanno intrapreso un tributo esteso ad un altro solido punto di riferimento musicale: l’album Science Fiction di Ornette Coleman datato 1971. Il progetto, commissionato dalla Duke University di Durham nella Carolina del Nord, è stato messo a punto coinvolgendo una sezione di fiati costituita da Sam Newsome al sax soprano, Ron Miles alla tromba e Tim Berne al sax contralto. Il repertorio comprende, oltre agli otto brani presenti sull’originale, anche due composizioni registrate contemporaneamente, ma pubblicate da Coleman solo dieci anni più tardi sul disco Broken Shadows. Dalle prime note appare evidente che questo progetto non costituisca in alcun modo un’asettica trascrizione nota per nota del disegno originale, ma piuttosto uno spettacolo che evoca lo spirito e le linee fondamentali di un album non semplice la cui materia viene manipolata dagli interpreti con estremo rispetto. Il segnale più chiaro che il concerto non sarà una sterile sommatoria di contributi solistici è l’esordio costruito su un passaggio bizzarro e ritmicamente complesso eseguito a velocità sbalorditiva e con precisione da fiati e sezione ritmica. Per chi aveva già familiarità con l'album, la maggior parte della musica era facilmente identificabile. L’apertura è affidata a "Day Civilization” in cui i fiati spianano la strada al solo di Berne supportato dagli scatenati Anderson e King, “Law Years" che fa seguito è inconfondibile; Anderson lavora su una intro lenta che si sviluppa in quello che era stato il memorabile solo di basso di Charlie Haden sul disco di Coleman. "Street Woman” è un altro dei vertici della serata, Newsome rifulge al soprano, mentre Iverson al piano costruisce con la mano sinistra accordi abili e discreti e con la destra elabora scale armonicamente complesse che spesso lanciano il soprano. Il solo di tromba di Miles apre al duetto di Anderson e King e al potente solo di Berne in grado di evocare le melodie di Coleman, ma sempre preservando la voce tipica del suo contralto. King che ha sfoderato un drumming estremamente dinamico, propone il suo solo in "The Jungle Is a Skyscraper" seguito a ruota da Berne e Miles che tempera la sezione ritmica con una serie di effetti eco ottenuti muovendo la tromba sopra e sotto il microfono. Menzione d’onore per le esecuzioni di Newsome al sax soprano che incalzato dal piano di Iverson, ha scatenato con i suoi crescendo più volte il plauso e l’incrocio degli sguardi di approvazione di Berne e Miles. Iverson manipola le corde del suo piano in “Rock the clock” mentre Anderson lancia con la sua effettistica il celebre vagito del lattante, manifesto dell’avveniristica “Science Fiction” assieme alla poesia racchiusa nella voce narrante di David Henderson. Anderson ha coraggiosamente cercato (compito improbo) di non far rimpiangere la celestiale Asha Puthli cantando in "What Reason Could I Give?” e nella soave “All my life”. In una serata la grandezza di Coleman, un artista in grado di regalare qualcosa a tutti: momenti lirici e corali, ballate ed estremo virtuosismo. Ma soprattutto in questo concerto è risultata lampante la sintesi della sua dottrina musicale: ogni musicista è un solista uguale a tutti gli altri, libero di sprigionare l’improvvisazione dalle costrizioni musicali. Complessivamente, ogni elemento sul palco è apparso legato solamente al temperamento degli altri individui, non agli aspetti tecnici della musica che stava eseguendo. Una lezione di sconcertante attualità.
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Reid Anderson: Contrabbasso Data: 13/04/2015
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