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Trademark of Hegemony, primo album dei friulani
Athwart, si presenta tramite una copertina dominata da una maschera bianca che invita a tacere, mentre il libretto contiene i testi e le foto dei musicisti.
Dopo la breve “
Intro” basata sul campionamento di alcune stazioni radiofoniche tra le quali si fanno strada alcune note di basso, il vero e proprio inizio spetta al potente “
God Can’t See”, pezzo che riecheggia il capolavoro slayeriano “War Ensemble” e trae spunto dagli avvenimenti di Auschwitz per una complessa critica contro la religione. Si continua con il ritmato “
Italian History X”, veemente condanna delle violenze politiche verificatesi durante il Ventennio e ricominciate negli anni ’70 del secolo scorso per via della sciagurata logica degli “opposti estremismi”, ancora attuale anche se con violenza minore ma sempre ad esclusivo vantaggio del potere. E’ proprio contro il potere e soprattutto contro un progresso reale soltanto in “certe” false promesse che si scaglia la canzone “
This Is Not Progress”, seguita dall’assalto mozzafiato di “
Strain at the Leash” rivolto verso i poteri forti come le compagnie petrolifere e le banche, ma in particolare contro influenti uomini stranieri che gestiscono il tutto per il proprio interesse e non certo per quello dell’Italia.
L’avvio lento di “
By Blue Ontario’s Shore”, ricordo di uomini liberi, non è che una breve pausa prima dell’apocalittico finale, seguito dalla slayeriana “
Into the Barren Desert” scritta in omaggio ai desaparecidos argentini ed alle madri di Plaza de Mayo, drammatica pagina del periodo in cui in Argentina, ma anche in altri paesi dell’America Meridionale, governavano regimi militari appoggiati e finanziati dagli USA. Dopo l’inizialmente effettata ed acida “
Contaminated Blood” è il turno di “
Outskirts”, che insieme a qualche altra nota inevitabilmente già sentita ed a qualche passaggio sperimentale propone un confronto tra le barricate del ’68 e gli scontri di piazza avvenuti in tempi più recenti; la massacrante “
The Front” è una visione personale dei tragici e noti fatti legati al G8 di Genova mentre “
Back to Sarajevo”, che si apre e si conclude lentamente, rappresenta un ricordo della sanguinosa guerra scoppiata nel ’92 nei territori dell’ex Jugoslavia.
Cinquanta minuti di devastante thrash dall’ispirazione a metà strada tra Slayer e Testament, con parecchi passaggi vocali di matrice Sepultura, uniti ad una ritmica macinante e ad una buona tecnica che si fa evidente tramite numerosi assoli, alcuni anche a due chitarre, rendono il disco adattissimo all’headbanging: lo consigliamo non solo agli amanti di thrash e death metal ma anche a tutti coloro che gradiscono ancora un suono legato agli anni ’80 ma attualizzato da una buona produzione, purchè vi si accostino con uno spirito propositivo e riflessivo, visto che le tematiche trattate non sono affatto banali ed alcune persone - mal informate dal potere di cui sopra o totalmente disinformate - potrebbero trovarle particolarmente indigeste.
75/100
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Michele Guerra: Voce, chitarra ritmica Giulia Coletti: Chitarra solista Mirko Sopracasa: Basso Marco Magris: Batteria
Anno: 2010 Label: Copro Records Genere: Thrash Metal
Tracklist: 01. Intro 02. God Can’t See 03. Italian History X 04. This Is Not Progress 05. Strain at the Leash 06. By Blue Ontario’s Shore 07. Into the Barren Desert 08. Contaminated Blood 09. Outskirts 10. The Front 11. Back to Sarajevo
   

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