A dirla tutta, "The Boys In the band", opera teatrale di Mart Crowley (in Italia nota con il titolo "Festa per il compleanno del caro amico Harold"), tratta il tema dell'omosessualità in una maniera che oggi appare intrisa di luoghi comuni e cliché piuttosto standardizzati. In realtà, per essere apprezzata in toto, la stessa deve essere necessariamente contestualizzata: prima commedia a tema gay pensata per il grande pubblico, venne messa in scena per la prima volta il 14 aprile del 1968, al Theatre Four di New York, cioè un anno prima che il movimento omosessuale americano iniziasse le proprie battaglie in seguito ai disordini di Stonewall Inn, a New York.Pensata per essere rappresentata una manciata di giorni, rimase in cartellone per 1.001 repliche, sino al 6 settembre del 1970 (quell'anno, la stessa venne trasposta sul grande schermo dal regista William Friedkin, con il cast originale di Broadway). Perché rappresentarla oggi, in un contesto sociale ove, oggettivamente, il tema dell'omosessualità è stato sdoganato quasi nella sua interezza? La risposta è racchiusa proprio nell'avverbio "quasi": "fino a quando", spiega il regista Giorgio Bozzo, "non sarà impedito che ad ogni singolo componente della collettività tutta venga compresso il diritto di essere sé stesso, questa commedia sarà sempre valida". Ed è proprio così: l'attualità di questa mise teatrale è racchiusa in queste poche parole che alludono, purtroppo, al fatto che ancora oggi non sempre è possibile esprimere sé stessi al di fuori delle mure di casa, oltre il portone d'ingresso. Sul piano tecnico, invece, va evidenziato che la validità dell'opera si regge su un efficace dualismo: la prima parte, a vocazione ilare, garantisce risate grasse, quasi da osteria; la seconda prende una direzione drammatica, spingendo il pubblico all'intimismo, suscitando riflessioni profonde. In tal senso, si pensi alle considerazioni generate allorquando uno dei protagonisti palesa la necessità di professare la religione cattolica nonostante il proprio orientamento sessuale (e si ricordi che questa esigenza veniva rivendicata in un periodo storico in cui la Chiesa mostrava totale intolleranza nei confronti del credente omosessuale). Proprio in virtù di questa duplice valenza dell'opera, gioverebbe, a modesto avviso di chi scrive, l'inserimento di una pausa, pur breve, con la conseguente ripartiazione in due atti. Quanto agli attori, ci permettiamo di esprimere un elogio collettivo, riservando tuttavia la lode ai soli Angelo di Figlia e Paolo Garghentino, entrambi efficacissimi nel rappresentare rispettivamente la fragilità giullaresca del candido Emory e la mordace sagacia del pungente Harold. Questa recensione si riferisce alla rappresentazione del 26 aprile 2022. |
THE BOYS IN THE BAND di Mart Crowley
regia di GIORGIO BOZZOcon
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