Mutuato dalla pensatrice e rivoluzionaria Emma Goldman, attivista politica e scrittrice di origine lituana che svolse un ruolo fondamentale nello sviluppo della filosofia politica anarchica in Nord America e in Europa nella prima metà del XX secolo, il titolo racchiude in sé una visione del mondo che trascende l'atto di ballare, evocando una metafora di autodeterminazione e di resistenza attraverso lo sbriglio di gioia, entusiasmo e spontaneità. Ispirato da "Il catalogo delle donne valorose", scritto da Serena Dandini, che attraverso un'accurata analisi mixa saggistica, ironia e narrazione, raccontando le storie di 34 donne che, per le loro azioni, illuminazioni e scelte, hanno segnato la storia e la cultura mondiale, contribuendo in modo significativo alla società ed il cui merito spesso è stato oscurato e scarsamente valorizzato. Orbene, il moto drammaturgico della pièce (scrittura scenica Lella Costa e Gabriele Scotti, progetto drammaturgico e regia Serena Sinigaglia) rilancia e triplica la medesima intenzione di amplificare il valore del femmineo attraverso l'accennato racconto delle vite straordinarie di centodue donne, intraprendenti, controcorrente, spesso perseguitate, a volte incomprese ma forti e generose, sempre pronte a lottare per raggiungere agognati traguardi resi quasi inarrivabili, se non addirittura impensabili, proprio dall'altra metà del cielo. Lella Costa, nella sua interpretazione, switcha dalla recitazione, per calarsi visceralmente in un legame empatico con il pubblico, sciorinando le straordinarie gesta delle illustri citate e plasmando un'intesa che si trasforma in una magica confessione collettiva. Il linguaggio utilizzato, zeppo di sfumature e alternanza di toni accesi e riflessivi, si interseca sincronicamente alla peculiarità di modulare all'uopo la voce alla stregua di uno strumento musicale perfettamente accordato, facendo da contrappunto a flebili silenzi e pause, riverberando in tal modo, in maniera quasi accecante, la costante consapevolezza del potere della parola come vettore di cambiamento. Il monologo si presenta come una potente riflessione sulla condizione femminile, sulla libertà e sull'autodeterminazione ma anche sul conflitto tra il desiderio di cambiamento e la necessità di vivere la propria quotidianità con autenticità. Il danzare, azione che racchiude in se la quintessenza della libertà, diventa, quindi, un atto di resistenza, di affermazione della propria identità contro le millenarie imposizioni sociali e politiche che da sempre, più che regolamentare, hanno oberato l'espressione individuale. La monologhista esplora, senza mai risultare retorica, il ruolo dell'arte con Artemisia Gentileschi, della letteratura attraverso Virgina Wolf e gli endecasillabi di Saffo, della scienza con Mileva Marić fisica serba (moglie di Albert Einstain il quale accreditò a Maria l'intero provento del premio Nobel per la fisica, ottenuto nel 1921 per contributi alla fisica teorica, alla teoria della relatività e alla meccanica quantistica, pari a 121 500 corone svedesi) e Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina nel 1986, della politica con la coriacea Elisabetta I d'Inghilterra e Nilde Iotti, politica e partigiana, presidente della Camera dei deputati per oltre un decennio dal 1979, della cibernetica con Ada Lovelace Byron, della fisica quantistica con Maria Salomea Skłodowska-Curie, della moda con Coco Chanel, del bel canto, con Renata Tebaldi e Maria Callas e della cultura tutta con le prime laureate al mondo tra la fine del XVII e l'inizio del XVIII secolo, quattro italiane: Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, prima donna laureata al mondo, avendo ottenuto la laurea in filosofia all'Università di Padova nel 1678, Laura Bassi fisica italiana, seconda nel conseguimento del titolo e prima al mondo a ottenere una cattedra universitaria, Cristina Roccati, fisica, terza a laurearsi al mondo e prima fuori sede della storia e infine Maria Pellegrina Amoretti giurista italiana, ricordata per essere stata la prima donna italiana a laurearsi in giurisprudenza. Tutto ciò concorre a definire che promuovere la crescita della tenacia, della compassione, della gentilezza, dell'empatia, caratteristiche comunemente presenti nel muliebre, può contribuire alla costruzione di una società più giusta. Non si tratta solo di una battaglia per i diritti di genere ma di una rivendicazione universale per tutte coloro che ancora sono costrette a restare intrappolate in un sistema che nega loro la libertà di esprimere i propri talenti e raccoglierne i conseguenti meriti. Un'opera che, pur nascendo da una riflessione intima, si trasforma in un potente catalizzatore verso la consapevolezza collettiva. Un'ironia sottile e sofisticata che riesce ad ammortizzare, grazie alla soave leggiadria dell'esposizione, la durezza puntuale e acre della critica sociale e politica, capace di plasmare attraverso un delicato processo evocativo, delle impalpabili sagome psicologiche pensanti e declamanti temi universali e profondi. Un assolo che volutamente scuote e provoca, spingendo il pubblico a interrogarsi su se stesso e sul mondo che lo circonda. «Le donne come le rose mettono radici, sono resistenti, sopportano le avversità e nonostante la mancanza di cure rifioriscono baldanzose a ogni primavera» Cit. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 22 marzo 2025 |
Se non posso ballare..non è la mia rivoluzione
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