Scritto da Mariarosa Gallo Mercoledì 19 Marzo 2025 10:23 Letto : 1274 volte
Il tragediografo, considerato, insieme a Eschilo e Sofocle, come uno dei maggiori poeti greci, narra la storia delle madri dei giovani soldati argivi caduti durante l'assalto a Tebe. Le affrante canute, in un moto di profonda afflizione, si rivolgono ad Atene per chiedere asilo e giustizia, bramando il corpo dei loro figli per rendere onorata sepoltura secondo i rituali del tempo. La loro preghiera costernata è l’espressione di una sofferenza profonda e al contempo la rivendicazione di uno degli assiomi antropici basilari: il diritto alla inumazione dei propri cari. La tensione tra la pietas familiare e l'ordine politico è il fulcro dell'opera. Il ritratto di Teseo, padre della patria ad Atene, che emerge in qualità di promulgatore di equità e compassione, è forse uno dei momenti più elevati dell'intera opera. Il suo intervento, accogliente e compassionevole nei confronti delle supplicanti, non è un mero atto di eroismo, quanto e piuttosto una autentica riflessione sul potere come dovere morale: Teseo non è solo un condottiero, è un eletto proteso nei confronti dell'urgenza dei bisogni delle genti attraverso una presa di posizione ardita. Egli, in sostanza, pur restando legato alla politica, non dimentica la dimensione filantropica. Euripide marca la narrazione con il consueto stile di grande realismo e la puntuale attenzione intorno alle dinamiche psicologiche dei suoi personaggi. L'eroe tratteggiato non è più il risoluto protagonista dei drammi di Eschilo e di Sofocle, ma sovente è un individuo dilaniato dai dubbi, non privo di conflitti interiori, le cui motivazioni inconsce traspaiono diventando oggetto di pervicace analisi. Le città di Atene, Argo e Tebe non sono unicamente luoghi geografici ma poli estremi con evidente valenza metaforica che si intersecano con la condizione delle anelanti ad onorare il riposo eterno dei deceduti figli. Il confronto tra le poleis si inserisce in una riflessione sulle diverse concezioni di giustizia, politica e valori civici che caratterizzano ciascuna. Atene in questo contesto, simbolo di civiltà e potere, è chiamata a confrontarsi con la brutalità della guerra e con le sue devastanti conseguenze, in un bassorilievo in cui la compassione sembra spesso contrastare con gli interessi di stato. Tebe rappresenta l'intransigenza e la durezza, la sede di un potere autoritario e prevaricatore, dove la pietà è subordinata agli interessi della politica e della vittoria militare attraverso le gesta del suo monarca Creonte, il quale applica le logiche di un cruento rigore. La guerra contro Argo e la morte dei sette eroi è il frutto di una contesa politica e militare feroce, in cui il rispetto per gli avversari è ridotto al minimo. Il coro implorante si erge come monito di denuncia di una realtà dove la guerra non solo distrugge corpi, ma nega l’essenza stessa del decoro. La sepoltura dei morti, come richiama la tradizione, non è solo un atto rituale, ma un potente segno di riconoscimento e di pace interiore. La negazione di questo diritto, in una guerra tra Città-Stato, diventa un atto spietato che sfida la legge naturale. L’opera, seppur collocata in un contesto specifico, si fa portavoce di un messaggio universale sulla necessità di equilibrio tra giustizia politica e compassione. Il tragediografo, infine, ci regala una riflessione etica e di costume che attraversa i secoli, un appello alla consapevolezza della fragilità della condizione umana e della necessità di conservare la propria integrità, anche di fronte all'ineluttabilità della sofferenza e della morte. Un tacito invito ad interrogarci perpetuamente sulle leggi che governano la nostra società, sul valore della probità e sulla necessità di considerare l'individuo non solo come cittadino, ma come essere umano meritevole di dignità. Un'opera di straordinaria rilevanza, che connette la grandezza della tragedia classica alla necessità di un dialogo senza tempo sulle sofferenze dei conflitti bellici e del vituperio delle genti, le implicazioni morali del potere e la sacralità dei riti che legano gli individui alla loro esistenza. La sua potenza risiede non unicamente nella trama, ma nella tempra delle emozioni e delle idee che essa evoca. Attraverso la drammaturgia di Gabriele Scotti, la pièce diviene un capolavoro che travalica le frontiere del teatro contemporaneo per giungere a una riflessione profonda e delicata sulla condizione umana. Serena Sinigaglia, direttrice artistica di ATIR di cui ha diretto la stagione del Teatro Ringhiera di Milano nei suoi ultimi 10 anni di apertura, da sempre attenta a indagare le sfumature più intime ed esistenziali dei suoi personaggi, si avventura in un viaggio che coinvolge il pubblico in un'esperienza di tensione e ineluttabilità, riuscendo a mescolare abilmente la tragedia classica con un convincete tratteggio velatamente sarcastico e moderno. Il titolo richiama un'antica concezione di straziante invocazione che permea tutta l’opera, dove i protagonisti, divisi tra il desiderio di giustizia e la resa incondizionata al crudele destino, si confrontano con il potere delle emozioni e la caducità della condizione esistenziale. La direzione è impeccabile: ogni movimento sulla scena è calibrato con una precisione chirurgica, mai priva di quella impalpabilità che consente agli spettatori di entrare in sintonia con il dramma. Le scelte sceniche e la cura del design, minimalista e suggestivo, sottolineano il contrasto tra l'intensità dei temi trattati e la disarmante semplicità delle immagini. La scenografia, sobria e ricercata, si fa specchio della vicenda, dove la luce, l’ombra e le musiche giocano un ruolo fondamentale nel definire l’atmosfera di una narrazione che non lesina l'esplorazione dell'oscurità dell’animo umano. La performance delle attrici è compatta e penetrante, densa di una carica emotiva che si traduce in una tensione palpabile, sempre sul filo tra la rassegnazione e la speranza in bilico tra il rigore drammaturgico classico e la libertà espressiva contemporanea. Clicca qui per visionare la recensione riferita alla stagione 2023/2024.La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 18 marzo 2025 |
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