A dir poco entusiasmante, questa trasposizione del testamento spirituale e artistico di Luigi Pirandello, l'incompiuta opera teatrale "I giganti della montagna". Va subito segnalata la graditissima presentazione ad opera del regista Claudio Boccaccini (lo abbiamo già apprezzato in "Una pura formalità", "Sottobanco", "Uscita d'emergenza" e, con riguardo alla rappresentazione più conosciuta del drammaturgo, "Sei personaggi in cerca di autore"), il quale, poco prima dell'inizio, e al chiaro scopo di instaurare un rapporto di subitanea empatia con il pubblico, ha dettagliato concetti espressi sinteticamente nel comunicato stampa: l'opera è un omaggio, ha riferito egli, alla "grazia sublime di certi incontri in cui la realtà giunge al cospetto dell’immaginazione, l’umano al cospetto del divino, la vita al cospetto della morte. Quest’ultima opera di Pirandello riguarda l’incontro degli incontri: quello in cui la vita si trova di fronte alla morte". E' un'attenzione, quella appena descritta, indirizzata anche a quella parte di pubblico meno adusa alla visione di opere complesse, al chiaro scopo di metterlo nelle migliori condizioni di assimilare strutture narrative di non facilissimo apprendimento. Musica, luci e passaggi di scena originali hanno riprodotto fedelmente l'atmosfera onirica e inquietante concepita dal letterato siciliano. In particolare, ha colpito la postura adottata da ciascun attore, chiaramente sollecitata da una scrupolosa regia che ha permesso, a modesto parare di chi scrive, il pieno conseguimento degli obiettivi prefissati da un Pirandello ormai giunto a fine carriera ma ancora attento alla compenetrazione tra reale ed immaginato, tra pensato e concretizzato, tra pragmatico e surreale. Quanto sopra, peraltro, è stato sublimato anche dall'impiego dei castigati abiti bianchi adottati dagli sventurati e dai costumi fantasiosi e colorati utilizzati della folle compagnia dei teatranti, un contrasto, quello appena descritto, che ha permesso di evidenziare maggiormente la coesistenza di due realtà che, pur distinte e distanti, rivestono lo stesso peso specifico nell'animo umano. Per quanto concerne le specifiche capacità attoriali, preme evidenziare l'intensità espressiva di Marina Vitolo (La Sgricia), la gentile ma trasversale attitudine di Silvia Brogi (Ilse) e la compassata austerità di Felice Della Corte (Cotrone il Mago). A latere, si segnalano due graditissime sorprese: da un lato il dialetto napoletano, che aggiunge un tocco di originalità senza pari; dall'altro, la caparbia determinazione di Boccaccini di inscenare il quarto atto (non scritto da Pirandello ma dallo stesso oralmente travasato al figlio in punto di morte), contravvenendo così alla dominante tendenza concretizzata nel tempo da molti registi, inspiegabilmente fermi ai primi tre atti. Questa recensione si riferisce alla rappresentazione del 1° dicembre 2023. |
|
",