Ferdinando
Roma, Teatro Parioli, dal 1° al 5 novembre 2023

Splendida rappresentazione della decadenza Borbonica, all'indomani della caduta del Regno delle Due Sicilie e a pochi giorni dall'avvento dell'agognata Unificazione d'Italia.
Una scenografia essenziale e una colonna sonora di stampo minimalista perseguono il chiaro scopo di esaltare le capacità attoriali del cast tutto, qui impegnato nel difficile compito di rappresentare vizi, bassezze e nefandezze di una compagine ottocentesca generalmente priva di un substrato morale, lontanissima dall'esprimere virtù e buone connotazioni caratteriali.
Queste capacità espressive, accompagnate dalla regia attenta, a tratti giustamente severa, di Arturo Cirillo, vince la sfida della curva dell'attenzione, riuscendo a farla permanere perennemente impennata verso l'alto, e ciò anche considerando la lunghezza dell'opera, spalmata sulle due ore e trenta di durata.
Nel contesto degradato sopra descritto, l'opera persegue il chiaro scopo di sottolineare due aspetti dell'animo umano: solitudine e amore.
La prima è rappresentata come un fardello, in quanto patita malamente dai protagonisti: la baronessa (Sabrina Scuccimarra), sola in quanto vedova nella fase finale della vita; sua cugina (Anna Rita Vitolo), non maritata e quindi in grado di fornire un ausilio permeato di risentimento; il sacerdote (Arturo Cirillo), che le giunge in visita, vive un intimismo religioso distorto e snaturato; il giovane Ferdinando (Riccardo Ciccarelli) che, alla ricerca spasmodica del denaro, punta biecamente all'eredità della nobildonna. 
Le vite di questi personaggi si intrecciano tra loro in un contesto nel quale l'odio, la sopraffazione, la bramosia sessuale, addirittura la vendetta, prendono il sopravvento, cancellando anche sentimenti positivi, come ad esempio la tenerezza, presente in rari momenti.
Giungendo infine al secondo alveo, si parla molto di amore, in quest'opera, ma l'amore vero è del tutto assente e ciò appare evidente in una scena cardine, nel corso della quale la baronessa, nel vedere il suo giovane amante nel pieno del vigore fisico, si illumina di ardore sfrenato. In tal senso, il nudo integrale (invero piuttosto gratuito, a modesto parare di chi scrive, pur doverosamente considerando le spalle rivolte dal giovane corteggiatore alla quarta parete), persegue il chiaro scopo di dare un volto corretto a ciò che si pretende di chiamare amore, concretizzando un gioco seduttivo che, invece, risulta totalmente distorto e snaturato.



Questa recensione si riferisce alla rappresentazione del 1° novembre 2023.

FERDINANDO

di
Annibale Ruccello

regia di Arturo Cirillo

con

Donna Clotilde Sabrina Scuccimarra
Donna Gesualda Anna Rita Vitolo
Don Catello Arturo Cirillo
Ferdinando Riccardo Ciccarelli

scene Dario Gessati
costumi Gianluca Falaschi
musiche Francesco De Melis
luci Paolo Manti
produzione Marche Teatro, Teatro Metastasio di Prato, Fondazione Teatro di Napoli Teatro Bellini

Sarà in scena al Teatro Parioli dall’ 1 al 5 novembre, Ferdinando di Annibale Ruccello, regia Arturo Cirillo, con Sabrina Scuccimarra (Donna Clotilde), Anna Rita Vitolo (Donna Gesualda), Arturo Cirillo (Don Catello), Riccardo Ciccarelli (Ferdinando). Arturo Cirillo riporta in scena FERDINANDO, capolavoro della drammaturgia di Annibale Ruccello (1956-1986). Con questo allestimento, Arturo Cirillo, dopo le fortunate prove dello stesso autore Le cinque rose di Jennifer e L’ereditiera (Premio Ubu), firma un altro classico e allo stesso tempo contemporaneo capolavoro.
Agosto 1870: il Regno delle Due Sicilie è caduto e la baronessa borbonica Donna Clotilde nella sua villa vesuviana si è “ammalata” di disprezzo per il re sabaudo e per l’Italia piccolo-borghese nata dalla recente unificazione. A fare da infermiera all’ipocondriaca nobildonna è Gesualda, cugina povera e inacidita dal nubilato, ma segreta amante di Don Catellino, prete di famiglia corrotto e vizioso. I giorni passano tutti uguali, tra pasticche, decotti, rancori e bugie. A sconvolgere lo stagnante equilibrio domestico è l’arrivo di un sedicenne dalla bellezza efebica che, rimasto orfano, viene mandato a vivere da Donna Clotilde, di cui risulta essere un lontano nipote. Sarà lui a gettare lo scompiglio nella casa, riaccendendo passioni sopite e smascherando vecchi delitti. Ma chi è davvero Ferdinando?
Dalle note di regia di Arturo Cirillo
Logica ed inconsueta, allo stesso tempo, mi appare la mia decisione di portare in scena Ferdinando di Annibale Ruccello. Logica perché riconosco in Ruccello un mio autore, un autore sul quale sono tornato più volte, e con spettacoli per me importanti. Ma la scelta mi appare anche inconsueta, poiché per me Ferdinando è sempre stato legato allo spettacolo che curò l’autore stesso (nonché primo interprete del ruolo di Don Catellino), che ha girato per molti anni tutta l’Italia avvalendosi della grande interpretazione di Isa Danieli.
Inoltre per me il testo è sempre apparso molto diverso da tutti gli altri di Ruccello, un testo più realistico, storico, un dramma con una struttura classica. Il desiderio per un inafferrabile adolescente, nato da un inconsolabile bisogno d’amore, matura nella mente di tre personaggi disperati (Donna Clotilde, Donna Gesualda e Don Catello), prigionieri della propria solitudine, esacerbati dall’abitudine. Allora tutto l’aspetto storico mi è apparso una finzione, un teatro della crudeltà mascherato da dramma borghese, in cui anche la lingua, il fantomatico napoletano in cui si sostanzia Donna Clotilde, è esso stesso lingua di scena, lingua di rappresentazione, non meno del tanto “schifato” italiano. Una scena composta da un unico grande drappo che scende dall’alto e contiene il luogo dell’azione, un luogo claustrofobico in cui convivono tutti i personaggi, che vediamo spogliarsi, rivestirsi, incontrarsi (come in un film di Luis Bunuel). Personaggi rinchiusi in abiti scuri, monacali e preteschi, per devozione o lutto, ma forse solo per difesa. Illuminati da luci rivelatrici, come in un miracolo pagano, dove l’intimità delle note di un pianoforte convivono con quelle sontuose e barocche di un organo. Poi c’è Ferdinando, ragazzino normale di un tempo presente, portatore solo del proprio corpo giovane sul quale gli altri tre personaggi, di questo quartetto, disegnano le proprie visioni e i propri desideri. Trascendendo dalla persona in sé, come spesso avviene nell’innamoramento, si ingannano e si lasciano ingannare. Dopo gli resta solo la constatazione del proprio fallimento e della propria folle e disperata solitudine, in un luogo spettrale abitato dai morti e dai ricordi.
Mi pare che con Ferdinando, ancora una volta e ancora di più, Ruccello faccia fuori i generi, sessuali e spettacolari, per mettere in scena l’ambiguo e il sortilegio.

Fonte: comunicato stampa



Teatro Parioli
via Giosuè Borsi 20
Roma
tel. 06/5434851
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